Contro il logorio della vita moderna...

Runtastic anni 90 – parte 7

Dopo tanto calcetto ho finalmente ripreso la corsa decisamente di corsa ed è arrivata la mia migliore prestazione personale sugli 8 km!

  1. 5’31 (5’31)
  2. 11’10 (5’39)
  3. 16’54 (5’44)
  4. 22’40 (5’46)
  5. 28’30 (5’50)
  6. 34’30 (6’00)
  7. 40’25 (5’55)
  8. 46’17 (5’52)
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Brevi storie tristi

Essere giusti – breve storia triste num. 67

Fare la cosa giusta può sembrare difficile.

Ma capire qual’è la cosa giusta da fare è ancor più difficile.

Per non parlare di stabilire giusta che significa. E’ quasi impossibile.

Eccolo dunque il punto di partenza, la domanda di base da non eludere e a cui si deve rispondere per sperare davvero di arrivare a fare la cosa giusta.

Ma giusta per chi? per me? per te? per noi? per loro?

Brevi storie tristi

Fa caldo – breve storia triste num 66

Fa caldo, talmente caldo, che se sei in giro di mattina ti ritrovi a lottare con la gente per occupare quelle scalette in pietra di quel portone all’ombra su cui sgocciolano i panni di quella del primo piano…

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Recidivo

Come sempre entra curioso, attratto più dalla forma che dalla sostanza del luogo. Predilige architetture spoglie,
come il romanico pugliese. Pietra bianca, solidità spartana, così lo immagina un animo saggio. E così immagina la casa del Signore,
se ci fosse davvero un Signore. Non importa che temperatura ci sia fuori,
lì dentro, tra colonne alte e svestite,
sente sempre un brivido di fresco. Ci capita quasi sempre per caso,
ma quasi sempre non resiste ed entra. E’ troppo forte la voglia di osservali da vicino quegli archi, ora a tutto tondo ora a sesto acuto, che si alternano armonici sul suo naso. E dopo un giro completo, navata centrale, altare e abside più navate laterali e cappelle minori, finisce sempre per sedersi. E sempre si siede a quel banco,
posto a trequarti di profondità e leggermente sul lato sinistro. Lui crede di non credere, ma non riesce una volta lì a non pensare. E pensa alla vita, alla sua vita e al senso delle cose. Pensa così forte che inevitabilmente inizia a dialogare e ogni volta, proprio poco prima di andare, lo stesso dubbio lo assale: E poi così diverso quello che chiamano pregare?

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Vie di Damasco casalinghe

Avevo dipinto un quadro con i quattro re dei tarocchi napoletani.

Un giorno il quadro mi parlò.

QUADRO: Ehi tu, ti rendi conto di cosa hai dipinto?

IO: Sei un quadro, non puoi parlare.

QUADRO: Ah si? Guarda il tuo libretto universitario nel primo cassetto, o il pacco dei biglietti del cinema degli anni 90 del secondo. Sono oggetti giusto, sono muti?

IO: No, ma…

QUADRO: No ma…cosa? Sono oggetti che ti parlano e pure di tante cose. Raccontano di amori e paure, nomi e volti con cui e per cui un ragazzo ha provato a farsi uomo vero?

IO: Si, cavolo, proprio così. Ok, tu parli e io ti sto ascoltando ma ti ho fatto io e quindi è scontato che sappia cosa sei, un po’ di colore e creatività su una parete bianca, cos’altro pretendi di essere?

QUADRO: Ahahah. Che stupido che sei, umano. Tu non ti rendi conto di avere ritratto, con un semplice quadro, la tua vita. Anzi, per essere proprio precisi, la vita di tutti.

IO: La mia vita? quella di tutti? Ma cosa dici? Io non sono ne un filosofo, ne un artista ma solo una persona creativa.

QUADRO: Ascoltami umano, e per qualche minuto, spegni la ragione. Fammi parlare. Iniziamo da destra, ok? Lo vedi il primo re?

IO: Si, il re di bastoni, embè?

QUADRO: Appunto. Lui ti ricorda che non c’è vita senza bastonate e che, per quanto tu possa impegnarti nello schivarle, avrai sempre nuovi lividi da curare e cicatrici vecchie da ricordare, lo capisci?

IO: Si, nonostante mi sento ancora giovane posso già capirlo, purtroppo. E del secondo, cosa mi dici? Quello di coppe mi sembra più sereno.

QUADRO: Lo è, infatti. Perché la coppa che tu hai disegnato rappresenta la felicità e l’abbondanza. Ma ti avviso, capire quanto è piena e quando è giusto alzarla per brindare è più difficile di quanto credi. Per cui fai sempre attenzione alla tua coppa.

IO: È vero. Ci proverò. Anche perché mi è già capitato in passato di non dare importanza a cose che ho perso e poi rimpianto. Vabbe’ il terzo è banale. Denari = soldi vero?

QUADRO: Mpff. Umano non fare il semplice. Il re di denari è la fortuna in cui ogni vita deve sperare. Alcuni la chiamano anche fato o fede ma tu cercala e onorala sempre chiaro? L’oro è un colore spirituale prima che materiale, intesi?

IO: Credo di si. Ho afferrato. D’altronde se penso a tutte le cose belle presenti e passate trovo sempre un pizzico di fortuna in esse. Abbiamo quasi terminato e sono curioso di sapere cosa c’è dietro le spade…

QUADRO: Niente di più facile e concreto. Quello mio caro, è il guerriero che deve vivere in te. Allenalo continuamente, armane il pugno perché stanne certo che nella vita, nella tua vita, arriveranno momenti in cui dovrai combattere con tutto te stesso per ottenere qualcosa di fondamentale e dovrai essere pronto.

Appena il quadro terminò questa frase, la voce sparì.

Io iniziai a lacrimare per ciò che avevo ascoltato e per ciò che avevo dipinto.

Lì, immobile, sulla parete bianca, la mia vita.

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Il bivio

Arrivò un sabato mattina e fu lui a prelevarla dalla cassetta delle lettere.
Il mittente era inequivocabile, e il suo cuore perse subito un battito.
Lei lo vide entrare e capì subito. Sembrava troppo pesante quella lettera che lui portava per non essere quella. Sembrava troppo solenne lui perché potesse sbagliarsi. Al primo incrocio di sguardi, lui confermò.
Troppe le notti insonni per equivocare. Lei si sedette sul divano, lui la raggiunse. Nelle mani la lettera ed un taglierino per aprirla. Seduti uno accanto all’altra guardarono attentamente la loro giovane casa, costruita e arredata mano nella mano in ogni dettaglio. Lei fece un grosso respiro, lui aprì la busta. Il mondo, il loro mondo, sospeso. Lessero assieme. NEGATIVO urlò lui e lei iniziò a piangere piano. Lui rise per qualche secondo, poi iniziò a piangere a dirotto. Il mondo, il loro mondo, riprese a camminare.

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Via di fuga

Fanculo al mondo. Helena si asciugò quella lacrima inesistente. Si cazzo, inesistente. Frugò rabbiosamente nella borsa tirando su col naso e ne estrasse il libro. Si era un po’ rotta il cazzo (metaforicamente) di accollare sulle proprie spalle, quelle bianche ed esili spalle, i problemi di tutti. Suo padre e sua madre diventati eterni duellanti da quando l’amore li aveva abbandonati, sua sorella che entrava ed usciva da un letto più sbagliato dell’altro e ora anche il suo principale, da sempre punto di riferimento che adesso era lì a chiederle un impegno totale, alienante e distruttivo. Decise in quel momento di dedicare quell’ora di mezzi pubblici solo ed esclusivamente a se stessa. Niente telefonate da portatore di pace a mamma e papà, niente messaggini whatsapp saggi ed ignorati alla sorella, niente risposte ad email urgenti arrivate dopo le 18. Fanculo a tutti. E quella lacrima inesistente si trasformò in sorriso immaginario. Il segnalibro indicò la porta da cui entrare ed Helena bellissima attraversò la soglia, tutto il resto lasciato per un attimo alle spalle. Fanculo al mondo.

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Tic Toc

Ho bisogno di sentire di avere tempo. Non temo le cose da fare, qualunque esse siano, ma temo di non avere il tempo giusto. Anzi nella mia testa l’allarme scatta ancor prima e mi spiego. Non solo temo di non avere tempo ma temo già il pensiero di non poter aver tempo. “Faccio tutto ma lasciatemi decidere il tempo” vorrei urlare. “Voglio farlo ma decido io quando e come” vorrei chiarire. Mi mette ansia invece il sentire di doverlo fare ora. E mi mette ansia sapere che qualcun altro ha deciso per me che devo farlo entro un tempo massimo. E allora che faccio quando questo accade? Se posso mi fermo, respiro, individuo dei tempi intermedi decisi da me all’interno del tempo massimo e sto meglio. Se non posso son nervoso, faccio quello che devo ma male e mando tutti quelli che mi girano attorno a quel meraviglioso paese.E in tutto questo il tempo, “maledetto tempo” (cit. Francesco Totti), scorre inesorabile. Oggi è mercoledì, i minuti sono 6 e i secondi 43.  Ce l’ho fatta anche stavolta, ma che ansia!

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Pensieri pericolosi

Ricordo benissimo dov’ero: in treno. E ricordo benissimo perché lo feci: volevo rendere immortali i miei pensieri. Si, proprio così, immortali. Credevo, e credo, di fare dei bei pensieri. Pensieri sulla società, pensieri personali, pensieri su quello che accade intorno a me. Pensieri su tutto, insomma. E mi rodeva tremendamente che lentamente sbiadivano e inevitabilmente morivano. Ricordo anche il primo titolo: pensieri crocifissi su carta. Si, proprio così, crocifissi. Da subito, infatti, ho percepito dentro di me una sofferenza atroce legata allo scrivere. Sofferenza provocata in chi legge cose che aveva pensato ma si accorge che sono scritte in maniera diversa da quello che aveva sentito. Sono passati tanti anni, ho cercato parole più adatte ma continuo a soffrire. Credo che soffrirò per sempre perché scrivere è dare una forma ad un qualcosa di amorfo, battaglia senza possibilità di vittoria a cui mai mi sottrarrò.

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Il coppino del latte

Il coppino del latte, da noi così viene chiamato il contenitore usato per mettere al fuoco piccole quantità di liquido a riscaldare. Il coppino del latte è il primo oggetto che vedo con una certa lucidità ogni mattina. Lo guardo intensamente mentre compie il suo lavoro e sulle sue pareti di acciaio cerco di immaginare la mia giornata. Oggi su quel grigio ci vedo un paio di riunioni, l’allegria del venerdì d’ufficio, la partita di calcetto settimanale e poi il ritorno dal mio amore a tarda serata. Mi chiedo dall’altra parte che cosa veda il coppino. Probabilmente, fissando la mia faccia da anni, sarebbe uno dei più indicati a descrivere speranze, sogni, delusioni, gioie e sofferenze dalla mia vita. Ho deciso, se un giorno dovessi nominare un biografo, quello sarebbe il coppino del latte.